In ambito di comunicazione politica, così come in amore o in guerra, tutto è lecito. O quasi. Ripercorrere le origini di tale insieme di strategie volte a mobilitare l’opinione pubblica riguardo a questioni di interesse comune o a specifici obiettivi politici può servire al fine di meglio comprendere la direzione totalizzante presa dalle agenzie di comunicazione al fine di monopolizzare i vecchi e i nuovi media per un efficace controllo delle masse. Si sosterrà, durante il corso di questa trattazione, il tramonto del modello Two-Step-Flow-Communication di Lazarsfeld a favore dell’emergere degli algoritmi come canalizzatori di pensiero unico. 

In prima istanza serve approfondire l’origine della comunicazione politica: affonda le proprie radici durante il XX secolo, con la diffusione della stampa, della radio e della televisione. Fu proprio con Franklin D. Roosevelt che si assistette ad una maggiore umanizzazione della figura politica, e successivamente vennero creati leader carismatici e telegenici a partire dal dibattito di Kennedy e Nixon. Tali erano solo i prodromi di ciò che sarebbe avvenuto dopo. A livello teorico, a partire dagli anni ‘40, Lasswell indicò come bullet theory la tendenza imperiosa e talvolta opprimente dei media di massa sul pubblico inerme e passivo che riceve le informazioni come una sorta di siringa ipodermica. Certo tale visione fu superata a favore della Two-Step-Flow-Communication di Lazarsfeld e Katz, forse più ottimisti, che prevedeva il passaggio della comunicazione attraverso due flussi: il primo i media ed il secondo gli opinion leaders. Anche tale visione fu soppiantata da modelli di livelli multipli in cui l’uditorio accetta o rifiuta l’opinione proposta.

Ebbene, in secondo luogo, si arriva alla contemporaneità, intrisa tanto di fake news, disinformazione e big data quanto di propaganda e algoritmi. Se in comunicazione politica tutto è lecito, quando si parla di propaganda si potrebbe addirittura aggiungere: Il fine giustifica i mezzi” – e Machiavelli rabbrividirebbe per tale frase falsamente attribuitagli. Autore de Il Principe a parte, si vuole sottolineare la natura meschina della propaganda odierna. Secondo Fatterello prima – anni ‘60 e ‘70 – McQuail dopo – correva l’anno 1997 – la sopracitata serve come tecnica sociale e contiene un carattere neutro pur rimanendo sistematica. In buona sostanza non sarebbe né buona, né cattiva. Corretto. Tuttavia, ampiamente sfondati i Roaring Twenties del XXI Secolo, si può arditamente affermare che tali visioni siano un tantino oltrepassate a favore di una propaganda davvero sleale, onnipresente e dominante. 

Il termine propaganda deriva dalla fondazione da parte di Gregorio XV della Sacra Congregatio de Propaganda Fide del 1622, il quale scopo era sì – nella prima fase, secondo Ellul – diffondere la religione e consolidare il potere temporale ma anche il controllo intellettuale durante la seconda fase. A livello etimologico, invece, ‘propagare’ deriva da pangere in latino, ovvero conficcare, piantare, imprimere fino a moltiplicare mediante la riproduzione, estendere, allargare. Si evince dunque la caratteristica moltiplicatrice della suddetta come – sempre dal vocabolario Treccani – complesso di notizie, destituite di ogni fondamento, diffuse ad arte e per fini particolari. Vale la pena soffermarsi sul carattere ‘destituito’ che finisce per impoverire l’informazione e renderla priva di ogni valenza, appunto, ‘informativa’: dal latino informatio-onis come azione di dar forma a qualche cosa. Sussiste una contraddizione in termini. L’informazione non può, intrinsecamente, svilire l’atto intellettivo; eppure succede a causa dell’indottrinamento. 

Per proseguire, il ruolo degli algoritmi in detto panorama consente di personalizzare le informazioni sulla base dei tratti peculiari degli individui e di creare le for-anyone-as-someone-strutures di Scannell (2000) traducibili in italiano come: strutture di comunicazione per chiunque come se fosse qualcuno di specifico. In ultima analisi, gli opinion leaders della teoria originaria sopra affrontata, vengono soppiantati e semmai strumentalizzati proprio dal flusso unidirezionale creato dalla funzione algoritmica, fino ad arrivare alla più totale irrilevanza degli stessi. In altre parole, gli algoritmi personalizzano l’esposizione ai contenuti (Just & Latzer, 2016) e impediscono di scegliere da una varietà di informazioni fino a creare segregazione ideologica, nonché egemoniche echo chambers (Sunstein, 2009). 

Senza parlare dell’impossibilità di influenzare l’algoritmo, in quanto questo non solo conosce, ma prevede, i gusti ed i comportamenti futuri. Come spiega Seaver (2013): 

“Ho di recente intervistato uno scienziato […] sull’algoritmo delle playlist che scelgono quale canzone far partire successivamente. Mi corresse: non c’è un algoritmo delle playlist, ma cinque e in base a come un utente interagisce col sistema la stazione radio ne sceglie uno e ognuno di questi ha diverse logiche di selezione della musica”. 

Secondo Kitchin (2017) gli algoritmi sono ben lontani dall’essere neutrali: classificano le persone e spingono il loro comportamento per motivi di capitale. Ne risulta una crescente ansia sociale derivata dalla sensazione inconscia di manipolazione e la conseguente consapevolezza – sempre subconscia – di immobilità e passività. 

In conclusione, non si vuole distruggere o destrutturare secoli di teorizzazioni autorevoli circa le tematiche summenzionate. Tuttavia, risulta che la comunicazione politica e annessi e connessi si debbano misurare con le nuove frontiere digitali, tra cui l’intelligenza artificiale. Non si parla più solo di indottrinamento e se questo sia neutrale o meno, si parla di beneficenza o malevolenza dell’AI e di come gli esseri umani debbano fissare chiari valori e principi etico morali al fine di preservare e far progredire la coscienza collettiva umana. 

Bibliografia 

De Rosa, R. (s.d.). La propaganda politica: teorie e definizioni

Soffer, O. (2019). Algorithmic personalization and the two-step flow of communication. Academia.edu. 

Floridi, L. (2022). Etica dell’intelligenza artificiale. Raffaello Cortina Editore. 

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