Avete mai litigato con una città? Proprio nel senso di una discussione animata e porte sbattute, lunghi silenzi e antipatia reciproca. No? Beh, a me è successo, proprio con Milano. Il mio rapporto assiduo con lei è iniziato nel 2020 e negli anni ero arrivata a conoscerla come le mie tasche. Quando ci sono tornata di recente, mi sono resa conto di aver cancellato dalla memoria tante informazioni che ai tempi reputavo importanti: nomi di zone, tragitti, cliché. E allora, in quel momento, ho deciso che avremmo fatto pace; si poteva ripartire da una tabula rasa. Questo armistizio è stato testimoniato – rappresentato – modellato da una delle mostre più belle a cui sia stata nell’ultimo anno inerente ad una figura chiave del Surrealismo internazionale: Leonora Carrington (Clayton-le-Woods, Lancashire, 1917 – Città del Messico, 2011).

Il Surrealismo di Leonora Carrington

Quando si parla di arte surreale, allucinata ed onirica si parte sempre citando grandi nomi: Magritte, Dalì, Bréton – perché no – De Chirico. Tutti maschietti incredibili e con un’indubitabile talento nel trasportarci in mondi alternativi e dimensioni più profonde d’esistenza. Tuttavia, in questo panorama, una grande donna ha dato il suo contributo ed in maniera altrettanto esoterica, filosofica, persino un po’ oscura. Si tratta proprio della Carrington; nata durante la Prima Guerra Mondiale, è stata poi creatrice di un immaginario genuino infuso di arte, letteratura e vita vera… in una serie di cosmologie personali caratterizzate dal tema della metamorfosi. Donna fuori contesto in molte circostanze, la sua non fu un’esistenza facile tra emarginazione, emigrazione, esilio, maternità, violenze subite e trattamenti psichiatrici tipici dell’epoca. Ciononostante, il grande filo rosso fu per lei il viaggio: tanto geografico – tra Inghilterra, Italia, Messico, Spagna, e America – quanto metaforico. La sua avanguardia rispecchia un’interdisciplinarietà di generi e temi che nel suo operato coesistono in maniera armonica, assorbendo le influenze della pittura rinascimentale italiana o della letteratura vittoriana; o ancora, dell’alchimia medievale e della magia.

Il percorso artistico e le influenze

La mostra ospitata presso Palazzo Reale, dal 20 settembre 2025 all’11 gennaio 2026, rivela non solo i percorsi di vita dell’artista ma anche i motivi che ne attraversano trasversalmente l’opera: il trauma, l’introspezione, le sue origini, le figure ancestrali femminili – o archetipi -, l’ecofemminismo ed un forte interesse per la spiritualità. Se si volesse individuare però un inizio del suo percorso, bisognerebbe farlo risalire al 1936: momento in cui restò affascinata dalla mostra surrealista a Londra e dall’incontro con Max Ernst. Più avanti, quest’ultimo, l’avrebbe soprannominata “La Sposa Del Vento”. Di fatto, i due, intraprendono una convivenza anche un po’ fuggiasca – con la disapprovazione del padre di lei – e si sistemano presso un’abitazione in Francia che rendono sì casa ma anche “opera d’arte totale”. Purtroppo, successivamente, le loro strade si separano; in Spagna, Leonora subisce una violenza sessuale di gruppo e tale avvenimento segna profondamente il suo approccio artistico rendendolo più cupo ed ermetico. Successivamente, le tematiche muteranno ancora e si incentreranno anche sul tema della psiche e dell’individuo, di come sia necessario astrarre la mente al fine di trovare il nucleo più fondamentale del Sé: secondo lei, questo viaggio è definito come un viaggio eroico. Approfondì anche diverse figure storiche e mitologiche come Ermes, Mosè, Orfeo, Pitagora, Platone e Zarathustra; ma anche Gurdjeff e Ouspensky.

L’opera

Come accennato, lo stile e l’estetica di Leonora Carrington sono caratterizzati da visioni quasi allucinate, senza mai rinunciare però ad una delicatezza intrinseca. Ad esempio, ho trovato meraviglioso il suo modo di ritrarre mani, piedi e piccoli esserini come fate: talmente fini da richiamare alla mente una tenerezza ormai sopita dalle maschere dell’ego.

Sisters of the Moon, Anida, 1935

The Temptation of St. Anthony, dettaglio, 1945

La Joie du Patinage, 1941

Map of the Human Animal, dettaglio, 1962

Ogni dipinto di Carrington è rappresentato da colori vivaci e brillanti, talvolta aiutati da una tecnica medievale di tempera all’uovo. In generale, si evince sempre una straordinaria sensibilità per le fragilità della vita, ma anche una grande forza – radicata nello Spirito – di trasformarle in qualcosa di poetico e leggiadro. Sul tramonto della sua vita, Leonora metterà invece al centro l’alchimia, rappresentata dalla cucina alchemica; in opere come Grandmother Moorhead’s Aromatic Kitchen, 1975; riappropriandosi così di uno spazio tradizionalmente domestico e femminile ma non inteso come luogo di reclusione delle donne, bensì come riconquista del potere femminile attraverso l’alchimia, la magia e la stregoneria. Più nella fattispecie, esalta la possibilità di prendere degli ingredienti – reali o metaforici -, unirli insieme e creare qualcos’altro.

In generale, l’eredità artistica di questa pittrice porta con sé delle implicazioni molto attuali e contemporanee, le quali ci ricordano – soprattutto per ciò che concerne la figura femminile – che sta ad essa non farsi incasellare in categorie oggettivizzanti e, rientrando all’interno della propria energia archetipica, può effettivamente trovare la pace e la forza della trasformazione.

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